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Calcio - Stadio o televisione?

Era solamente il 27 novembre 1994 quando, dietro richiesta del prefetto di Roma, il derby capitolino venne trasmesso, evento quasi irripetibile, da RaiTre per la sola provincia romana. A distanza di 13 anni, il campionato italiano di calcio (ma non solo) viene suddiviso ogni turno in tre blocchi per favorirne la trasmissione via cavo. Cosa è avvenuto in questo lasso di tempo? L'ingresso in campo delle aziende per la gestione dei diritti televisivi di pay-per-view ha portato nelle case degli sportivi lo spettacolo delo sport. La novità del nuovo millennio ha indubbiamente rivoluzionato quello che era un mondo ancora incontaminato: maggiori possibilità di vedere incontri in diretta, aumento esponenziale del pubblico, incassi faraonici per le società. Ma a che prezzo? Moviola a tutto campo, telecamere negli spogliatoi, lettura di labiali che riempiono intere trasmissioni sportive, o presunte tali, della domenica. Oltre ad un'esasperazione per la ricerca del risultato. Come al solito, il calcio vive la nuova vita in maniera totalmente diversa dagli altri sport, dove l'introduzione della pay-per-view ha indiscutibilmente aumentato l'interesse da parte della gente, oltre che portare denaro sufficiente per evitare tracolli finanziari che avrebbero cancellato molte federazioni sportive. Il calcio trova molti aspetti negativi nell'introduzione delle dirette televisive, come l'aumento del numero di incontri da disputare (la formula della Champions League è stata ridiscussa a causa dell'influenza politica di Sky), la diminuzione delle presenze allo stadio e la nascita di problemi relativi agli atteggiamenti dei giocatori, dirigenti e allenatori, che, se prima erano sotto la sola osservazione dei direttori di gara, ora vengono mostrati alla nazione intera. L'idea di spostare lo spettacolo dallo stadio al salotto di casa era già venuta a due presidenti negli anni '80: Dino Viola e Silvio Berlusconi. Ma se il presidente del Milan auspicava un sistema simile a quello in atto, Viola aveva progettato addirittura la costruzione di un nuovo stadio da 40.000 posti, da esaurire in abbonamenti, nominativi e controllati, in modo tale da evitare che avvenissero fatti come quelli che portarono, nel 1979, alla morte del tifoso laziale Vincenzo Paparelli o, più di recente, alle tragiche vicende di Catania. La situazione attuale, invece, assomiglia ad un minestrone di soluzioni alternative che hanno portato più effetti dannosi che benefici. L'ingresso delle televisioni, accompagnato dalle crescenti manifestazioni di violenza, hanno indotto all'allontanamento delle famiglie dagli stadi, cosa che ha, di fatto, consegnato le tribune ai tifosi più assidui, ma anche ai più turbolenti. Entrati nella spirale, diventa difficile uscirne. L'idea più facile da praticare, ma anche la meno popolare, è l'adozione del sistema inglese, dove sono state praticamente annullate tutte le manifestazioni di tifo, impedendo l'ingresso di bandiere, striscioni e stendardi, ed assegnati posti nominali anche nelle curve, settori storicamente riservati ai gruppi organizzati. Una soluzione simile in Italia porterebbe un ulteriore distacco tra pubblico e stadio, aumentando il potere mediatico della televisione, divenuta già adesso il primo riferimento per il tifoso medio. A farne le spese sarebbe il romanticismo, la passione per lo sport, già sufficientemente brutalizzato dal business. Ma i comportamenti recenti del pubblico da stadio non fanno che confermare agli occhi degli addetti ai lavori la bontà del progetto televisivo, che ormai non ha più ostacoli, se non la remota possibilità che chi ama lo sport riesca a superare, come nel rugby, le difficoltà e i problemi che la politica non riesce a risolvere. Credo che la partita di sabato sia un esempio lampante di ciò: nell'incontro dei Sei Nazioni tra Italia e Galles, le riprese hanno mostrato gli spalti pieni di appassionati, uniti nonostante la diversità di tifo, amanti dello sport e capaci di vivere una vittoria o una sconfitta comunque come un momento di gioia. La testimonianza dei giocatori delle due squadre, in campo e fuori, è un esempio perfetto di come debba essere lo sport, con il quale stonano decisamente episodi come la rissa di Valencia o il litigio tra Guidolin, allenatore del Palermo, e Prandelli, allenatore della Fiorentina, fatti che non hanno certo contribuito alla popolarità del calcio, nè sono stati esempi di sportività per i tifosi. Ma, del resto, come affermava Henry Blaha, "Il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da bestie. Il rugby è uno sport bestiale giocato da gentiluomini".

(Cristiano Buffa)