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Doping - Sport in...pillole

Correva l'anno 1988 quando un sorprendente Ben Johnson sconfisse, per la prima volta nella sua carriera, con il nuovo record mondiale di 9.79 secondi, quello che era considerato da tutti il favorito nella finale dei 100 metri piani alle olimpiadi di Seul, Carl Lewis. Pochi giorni dopo però, venne ufficializzata la voce che da un po' andava girando in tutto il mondo, ovvero la squalifica dell'atleta canadese per la rilevazione di tracce di steroidi nelle urine del nuovo campione olimpico. Da quel giorno, il mondo dello sport non fu più lo stesso.
I pochi cenni del caso più clamoroso della storia del doping in manifestazioni sportive anticipano un'analisi su quello che, al giorno d'oggi, è un fenomeno ancora in costante sviluppo, soprattutto in alcuni sport dove la forza e la resistenza fisica sono d'obbligo per primeggiare nelle competizioni. Ovviamente lo sport più esposto è il ciclismo, del quale si ricordano numerosi casi, come la recente "Operacion Puerto" che ha portato alla squalifica di atleti del calibro di Basso e Ullrich, estromessi dalla partecipazione al Tour de France. Singolare il fatto che il vincitore della prima edizione post-Armstrong sia stato l'americano Floyd Landis, successivamente squalificato perchè trovato positivo nell'ultimo controllo antidoping durante la "Grande Boucle"...
In Italia il caso doping è costato caro a molti atleti famosi: tornano alla mente le squalifiche di Pantani (trovato positivo ad un controllo durante il giro d'Italia nel 1999 e mai ripresosi dallo scandalo che lo coinvolse, tanto da cercare, e trovare, la morte in un albergo a Rimini il 14 febbraio 2004), Carnevale e Peruzzi (il loro caso passò alla storia per il tipo di sostanza utilizzata, il lipopil, sostanza in grado di far perdere peso in breve tempo a chi ne facesse uso, ma anche causa di gravi danni al sistema nervoso) o Maradona (invischiato in un traffico di cocaina, di cui faceva uso, ed uscito troppo presto dal calcio che conta). Ma i danni maggiori di questa pratica antisportiva hanno sicuramente lasciato il segno sul corpo di alcuni ex-calciatori come Gianluca Signorini, capitano e bandiera del Genoa fino alla stagione '93-'94, morto a soli 42 anni a causa del morbo di Lou Gehrig, malattia che prese il nome dal primo sportivo al quale fu diagnosticata, un ex-giocatore di football americano, causata dall'abuso di farmaci. Il morbo, definito scientificamente sclerosi laterale amiotrofica, causa gravi danni al sistema nervoso colpendo i motoneuroni presenti nella corteccia e nel midollo, portando la persona affetta dalla malattia alla totale paralisi. E' desolante pensare che la conquista di un trofeo, una medaglia o un campionato possa essere anteposta alla propria salute fisica. Addirittura imbarazzante se si pensa alla fortuna, gettata al vento, di avere capacità superiori alla media in ambito sportivo, solamente per ottenere più di quello che si è in grado di compiere con le proprie forze. Il doping è soprattutto lo specchio di una società malata, prima nelle intenzioni che nei comportamenti, incapace di accettare la superiorità altrui in un contesto onorevole, ma allo stesso tempo futile, come lo sport. Perchè se lo sport è soprattutto un modo per divertirsi e divertire, è anche una sfida con se stessi, per affinare le proprie capacità e superare i propri limiti. Ma se per superarsi c'è necessità di utilizzare sostanze che portano a scorciatoie apparentemente più convenienti della fatica e del lavoro, è lì che lo sport diviene fatuo, vuoto, superficiale, e perde il fascino che contraddistingue ogni disciplina sportiva. Rispettare sé stessi è il primo passo per aver rispetto degli altri. Senza questo rispetto, come può essere gratificante la vittoria?

(Cristiano Buffa)