Cinema

 



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Film Cult - Febbre da cavallo
Brillante / Italia (1976)
Regia: Steno
Cast: Gigi Proietti, Enrico Montesano, Catherine Spaak

Pellicci Armando nullafacente, Fioretti Bruno indossatore e Felice Roversi parcheggiatore. A primo impatto sembrano dei nomi anagrafici di gente qualunque, ma in realtà rappresentano una sorta di mito cinematografico passato alla storia soprattutto grazie ai soprannomi dei primi due, er Pomata e Mandrake, al secolo Enrico Montesano e Gigi Proietti (il parcheggiatore Felice era interpretato da Francesco de Rosa). Come avrete già capito il titolo inequivocabile della pellicola in questione è Febbre da Cavallo, uscito nelle fumose sale cinematografiche di un tempo nel 1976 senza riscuotere quei grandi consensi che sono poi arrivati con circa quindici anni di “ritardo”. Era l’epoca dei violenti polizieschi caratterizzati dagli “sceriffi” italiani o dai giustizieri improvvisati; era anche l’epoca delle commediole all’italiana, dove imperversava una profonda demenzialità abbinata quasi sempre ad uno scenario ricco di procaci e provocanti fanciulle di poco vestite.

Quindi Febbre da Cavallo si mischiò all’ingente massa di pellicole in circolazione, senza che nessuno si accorgesse della sua piacevole vena ironica, in cui orbitavano i tre protagonisti, ma non solo, e soprattutto senza apprezzare quello spaccato di una Roma che ovviamente non c’è più e che metteva in risalto un’”arte del sopravvivere”, fantasiosa, geniale e improvvisata, tipica dei Romani de Roma. Con il passare del tempo, termini come “…è una Mandrakata” oppure il “sorriso magico” sono entrati a far parte del gergo comune, sottolineando come questa operazione nostalgica di riscoperta e di rivalutazione di vecchie pellicole testimoni l’attuale pochezza del nostro cinema, che non riesce più a farci divertire ed è costretto ad inventarsi improbabili “Natali” in giro per il mondo.

La trama del film è ormai nota, con i tre protagonisti sempre alla ricerca di soldi e polli da spennare per poter scommettere sugli amati cavalli. Il loro obiettivo principale è il mitico Manzotin (il macellaio che in realtà si chiama Rinaldi Otello) per cui confezionano una geniale truffa da 100 mila lire, in cui er Pomata diventa un nobile napoletano e Mandrake un inquietante maggiordomo di nome Gregorio. Il gioco per loro è una vera malattia, i cavalli una reale ossessione, tanto che il povero Mandrake quando perde (ovvero sempre) non riesce ad esprimere la sua virilità con la sua compagna Gabriella  (una brava Catherine Spack), che stanca della situazione si rivolge ad una maga che le predice una tris improbabile, caratterizzata dai cavalli più “brocchi” d’Italia. Gabriella la suggerisce a Mandrake, che prima la deride, poi quasi convinto prende i soldi per giocarla e alla fine li utilizza per scommettere in società con i suoi amici/soci. Mandrake perde anche questa volta, in quanto esce la tris suggerita dalla maga, ma non sa che Gabriella, non fidandosi, ha puntato per conto proprio sui mitici King, Soldatino e Dartagnan.

Da qui in poi è tutto un susseguirsi si situazioni comiche, in cui orbita anche l’avvocato del Marchi (il bravissimo Mario Carotenuto), che approdano alla truffa finale: sostituire durante il Gran Premio ippico, il fantino più bravo del mondo, ovvero Jean Luis Rossinì, con un fenomenale Mandrake travestito, al fine di far perdere la cavalla Bernadette e far vincere Soldatino. Durante il Gran Premio, Mandrake alla guida della fortissima cavalla si fa prendere dall'eccitazione e non si riesce a trattenere dal superare Soldatino e vincere per almeno una volta nella sua vita. Venuto a galla l'imbroglio i quattro vengono processati, ma poi assolti in quanto si scopre che anche il giudice (Adolfo Celi ) è un accanito giocatore, che finirà per entrare in società con i quattro. In tutto questo turbinio di situazioni assistiamo ad un Gigi Proietti fenomenale che con i suoi monologhi dimostra battuta dopo battuta di essere un artista vero, un artista da teatro.

Un film da non perdere e da rivedere più volte, e ogni volta come se fosse la prima.


(Alessia Tosco)