Scienza

 



ricerca.bmp (36054 byte)  

Ricerca - Cercasi...ricerca2

Sui quotidiani dell’ultima settimana leggiamo del (felice) arrivo di Ronaldo al Milan.
Nel calcio funziona così: una squadra compra un giocatore per migliorare i risultati e salire la classifica. Acquisti e vendite sono quindi finalizzati al raggiungimento di una prestigiosa posizione che permette di ottenere più sponsor, diritti televisivi, merchandising e denaro; tutto ciò porta nuove strutture ed altri giocatori. Così (si presuppone) la squadra vince ancora ed il ciclo continua.
In America il mondo scientifico percorre, più o meno, lo stesso circolo: università ed istituti si contendono i ricercatori migliori a colpi di rialzo delle offerte, ottenendo sempre maggior prestigio. Infatti, non offrono loro solo ottimi guadagni, ma li sostengono anche garantendo spazi ed attrezzature adeguati agli studi previsti dai loro progetti di ricerca, permettendogli di raggiungere risultati e fare scoperte.
Così racconta Pier Paolo Pandolfi, genetista romano ed attuale direttore del Cancer Biology and Genetics Laboratory dello Sloan-Kettering di New York: "Il ricercatore crea business. Tutti hanno il loro profitto: le università perché attraggono studenti-modello, gli istituti di ricerca perché brevettano scoperte, gli scienziati con i proventi dei brevetti, le aziende farmaceutiche con i maggiori guadagni". Ma Pandolfi spiega anche come tutto ciò nasca dalla "dinamicità e fluidità del mercato del lavoro basato sul merito".
E già qui si capisce perché in Italia la ricerca si sia arrestata ai margini del progresso scientifico mondiale. La meritocrazia non trova posto nel contesto dei concorsi pilotati, delle cattedre lasciate in eredità e dei poteri personali. Del resto, con macabro sorriso, si può aggiungere che manca addirittura lo spazio. Le università italiane sono affollate da docenti anziani: su 18.651 professori ordinari, solo 9 hanno meno di 35 anni, mentre 5.647 hanno superato i 65! All’età avanzata, che comunque garantisce esperienza e saggezza, andrebbe affiancata una visione più aperta agli aspetti contemporanei, garantita solo da occhi giovani. Ma gli scienziati sono sempre più sfiduciati, poiché trascorrono anni interi in laboratori non attrezzati che frenano le loro ricerche, e quando riescono a raggiungere dei risultati non se ne vedono riconosciuti i meriti (spesso non sono neanche chiamati a firmare le pubblicazioni degli studi svolti); così al primo spiraglio di cambiamento si trasferiscono altrove. Questo è solo uno dei fattori che incentivano la fuga di cervelli. Alla voce di Pandolfi si uniscono quelle di tantissimi italiani che hanno scelto di essere ricercatori in altri stati europei, in America o in paesi orientali.
Antonio Iavarone ed Anna Lasorella, sua moglie, stanno studiando il neuroblastoma (uno dei peggiori tumori infantili) nei laboratori della Columbia University di New York e con chiarezza esprimono la loro opinione favorevole all’emigrazione, che considerano come un’opportunità di studi ed esperienze, mentre suggeriscono che anche l’Italia dovrebbe essere una meta per i ricercatori, italiani e stranieri, spiegando che per riacquistare valore ed autorevolezza e tornare ad esserlo "l’unica strada è creare dei centri internazionali che, sulla base di progetti scientifici dettagliati, competano per ottenere i finanziamenti disponibili, attirando così i migliori cervelli su piazza. Altrimenti ascolteremo ancora a lungo l’invito che i baroni dell’università ripetono a chiunque rientri a casa dopo un’esperienza nei laboratori statunitensi - ora che sei tornato, dimentica tutto quello che hai imparato in America perché qui le cose funzionano diversamente-”.
Intanto, però, è la Cina a farsi avanti: negli ultimi 10 anni il numero dei suoi ricercatori è aumentato del 77% e, nel 2006, Pechino ha superato Tokio nell’entità degli investimenti in ricerca e sviluppo, materializzando uno straordinario reclutamento di forze, umane e materiali, proiettate al futuro.
La Cina sta quindi dimostrando con i fatti cosa sia la ricerca in movimento all’Italia, che resta a guardare.


(Federica Silvetti)