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calcio.jpg (5247 byte) Attualità sportiva - La nazionale di tutti
La sbornia del dopo-mondiale ha portato alla luce un caso diventato ormai argomento principale per molti giornali, sportivi e non. Risalgono al 22 giugno 2006 le dichiarazioni di Francesco Totti, il quale affermò che, in caso di eliminazione della nostra nazionale dai mondiali tedeschi nell'ultima gara del girone di qualificazione alla fase ad eliminazione diretta contro la Repubblica Ceca, avrebbe lasciato la nazionale. Subito si scatenò il putiferio, solo momentaneamente sedato dalla vittoria degli azzurri che avrebbe spianato la strada per la conquista della Coppa del Mondo. Alla fine della partita contro la Francia lo stesso Totti disse di essere ancora molto incerto riguardo il suo futuro rapporto con la squadra della propria nazione, lasciando intendere di dover valutare più elementi per capire quale fosse la cosa giusta. La nomina di un nuovo commissario tecnico, Roberto Donadoni, rese ancora più complesso il quadro, anche a causa dell'intromissione della stampa che contribuì ad accentuare il diverbio tra le due parti, tra le quali oggi, dopo sette mesi di discussioni, non è stato ancora raggiunto un accordo. Nella stessa estate, precisamente a settembre, si svolsero i mondiali di pallacanestro in Giappone, nei quali una splendida Spagna sconfisse in finale la nazionale greca, capace però di eliminare in semifinale i fenomeni della NBA, i nazionali americani. In occasione della semifinale contro la Lituania, gli spagnoli persero, nelle battute conclusive, per infortunio, il loro faro, Pau Gasol, stella della franchigia NBA dei Memphis Grizzlies. L'infortunio, rottura della caviglia destra, costringe tuttora il centro spagnolo all'uso delle stampelle, con la propria squadra ridotta ad un misero record di 4 vittorie ed 11 sconfitte nelle prime gare di campionato. La situazione ha indispettito non poco la dirigenza dei Grizzlies, la quale ha lasciato intendere poco tempo fa che difficilmente darà l'autorizzazione a Gasol a partecipare a nuove competizioni internazionali con il proprio paese. Si allunga così la serie di campioni, di ogni sport, costretti, convinti o semplicemente consigliati dagli addetti ai lavorio dai propri dirigenti, ad abbandonare l'attività agonistica con la maglia della propria nazione, in modo da evitare inconvenienti che possano danneggiare in qualsiasi modo le società che li tengono sotto contratto. Negli anni recenti, come confermato da molti giocatori, sembra quasi che difendere i colori del proprio paese sia diventato sinonimo di fastidio, un'aggiunta ulteriore ai tanti impegni sportivi che già imperversano sui fisici sempre più sovraccarichi di lavoro degli atleti. Le parentesi con le nazionali diventano impegni che danneggiano, con la sospensione delle attività delle società, il lavoro costruito dalle squadre fino al momento degli incontri tra nazioni. Lo spirito sportivo che portava gli atleti alla ferrea volontà di difendere i colori del proprio paese viene sostituito dalla rassegnazione a partecipare a gare di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, perchè momenti di interruzione dei campionati giocati con le proprie società di appartenenza, che hanno l'onere di stipendiare gli atleti. In questo deserto di opportunismo, rimangono poche le oasi come la turchia calcistica, i cui atleti rinunciano spesso e volentieri a partite importanti, nonchè a notevoli quantità di denaro, per competere con la propria nazionale: famoso il caso di Hasan Sas, laterale destro di centrocampo del Galatasaray, cercato anni fa da molti club europei, ai quali rinunciò per continuare a vivere da vicino la realtà calcistica del proprio paese e, di riflesso, l'avventura in nazionale. Anche nel basket troviamo esempi di tutto rispetto, come Dirk Nowitzki, ala forte dei Dallas Mavericks, capace di partecipare ad ogni singola partita con la maglia della Germania, gesto di riconoscenza nei confronti del paese che gli ha permesso di diventare uno dei più forti giocatori del mondo. L'esempio inverso possiamo trovarlo nel rapporto tra la nazionale di basket americana e i giocatori della NBA. A 6 anni esatti dall'ultimo trofeo vinto alle olimpiadi di Sidney, nelle quali prima di allora non era arrivata la vittoria finale in sole tre occasioni, e sempre con selezioni di giocatori del college, gli Stati Uniti si interrogano sull'evidente problema che li ha travolti all'interno di un sistema cestistico nel quale, per la prima volta nella storia, non si ritrovano più dominatori incontrastati, bensì primi sconfitti in uno sport nel quale hanno sempre dettato legge. La soluzione è da cercare già nelle selezioni dei partecipanti alle manifestazioni internazionali: in ogni occasione la lista dei giocatori che non si dichiarano disponibili si allunga sempre più, annoverando nomi illustri, e costringendo i selezionatori a presentare squadre decisamente inferiori, per qualità fisiche e tecniche, alle aspettative. Il trend venutosi a creare destabilizza i rapporti tra atleti e paesi di provenienza, togliendo punti di riferimento alle nazionali, e decretando anche una perdita di importanza per le competizioni che da sempre uniscono gli appassionati, avversari negli incontri di ogni giorno, sotto gli stessi colori. Sport come il rugby o la pallavolo ci insegnano l'importanza dell'unione di un popolo nel sostenere il proprio paese ed aiutano la formazione di un legame tra le persone. Qualsiasi tifoso si è trovato, almeno una volta nella vita, ad abbracciare un proprio rivale nello sport per una vittoria ottenuta dalla squadra del proprio paese, ed è questa interazione uno dei risultati più importanti dello sport che, in alcuni casi, come il già citato rugby, contempla persino un'unione tra popoli, in nome di uno spirito sportivo che non deve mai essere dimenticato, accantonato o rifiutato. Perchè lo sport è soprattutto allegria, festa, divertimento. Ed è impensabile che in esso siano contemplati sentimenti opposti. Questo è il primo dovere di un atleta nei confronti della propria nazione: contribuire, con il proprio esempio, al rapporto tra gli appassionati dello sport che pratica, dimostrando che si può essere uniti anche indossando due divise diverse.

(Cristiano Buffa)